Archetipi, le immagini universali che abitano il nostro mondo interiore

Ci sono storie che sembrano appartenerci anche se non le abbiamo mai vissute.

Personaggi che riconosciamo immediatamente.

Immagini che ci attraggono o ci inquietano senza sapere esattamente perché.

Il viaggio. La soglia. La caduta. La rinascita. L’eroe. La madre. L’ombra. Il vecchio saggio. Il ribelle. Il bambino.

Forme che ritornano nei miti, nelle fiabe, nelle religioni, nell’arte, nei sogni e nelle storie che continuiamo a raccontare.

Carl Gustav Jung chiamò archetipi alcune delle strutture profonde che stanno alla base di queste immagini ricorrenti.

Ma cosa sono davvero gli archetipi?

E soprattutto: perché possono essere interessanti quando iniziamo a esplorare noi stessi?

Che cos’è un archetipo?

La parola archetipo deriva dal greco arché, principio o origine, e týpos, modello, impronta.

Potremmo quindi tradurla, semplificando, come modello originario.

Nella psicologia analitica di Jung, gli archetipi appartengono all’inconscio collettivo, lo strato più profondo della psiche che, secondo la sua teoria, non deriva esclusivamente dalla nostra esperienza personale.

Non sono immagini precise già conservate nella mente.

Sono piuttosto strutture o possibilità universali dell’esperienza umana, che assumono forme differenti a seconda della persona, della cultura e del momento storico.

Pensiamo all’archetipo del viaggio.

Può diventare il viaggio di Ulisse, la ricerca del Graal, il pellegrinaggio medievale, l’attraversamento di un bosco in una fiaba o il viaggio interiore di una persona che sta lasciando una vecchia identità per costruirne una nuova.

Le storie cambiano.

Qualcosa nella loro struttura, però, continua a parlarci.

Gli archetipi non sono etichette

Negli ultimi anni il termine archetipo viene utilizzato molto, spesso per suddividere le persone in categorie: il Guerriero, la Guaritrice, il Ribelle, il Saggio, l’Esploratore.

Può essere un gioco interessante, ma rischia di semplificare eccessivamente il concetto.

Un archetipo non è necessariamente una personalità.

E soprattutto noi non siamo un solo archetipo.

Dentro la stessa persona possono convivere spinte molto diverse.

Possiamo sentire il bisogno dell’Esploratore che vuole partire e, contemporaneamente, quello di una parte che desidera radici e sicurezza.

Possiamo attraversare una fase della vita nella quale emerge il Guerriero e un’altra nella quale abbiamo bisogno di fermarci, ritirarci e ascoltare.

Gli archetipi non servono quindi a dirci:

“Tu sei questo.”

Possono essere più interessanti quando ci aiutano a domandarci:

“Quale energia sto vivendo in questo momento?”

L’archetipo dell’Ombra

Uno dei concetti più conosciuti della psicologia junghiana è quello di Ombra.

L’Ombra comprende quegli aspetti di noi che facciamo più fatica a riconoscere come nostri.

Possono essere caratteristiche che giudichiamo negativamente: rabbia, egoismo, fragilità, bisogno di attenzione, desiderio di controllo.

Ma nell’Ombra possono finire anche qualità positive che, per educazione, ambiente o storia personale, abbiamo imparato a non esprimere.

Determinazione.

Creatività.

Sensualità.

Ambizione.

Capacità di prendere spazio.

Per questo incontrare l’Ombra non significa semplicemente scoprire “la nostra parte negativa”.

Significa entrare in relazione con ciò che abbiamo escluso dall’immagine consapevole che abbiamo costruito di noi stessi.

E spesso ciò che non riconosciamo dentro di noi finiamo per incontrarlo fuori.

Nelle persone che ci irritano.

In quelle che idealizziamo.

Nelle situazioni che sembrano ripetersi.

La Persona: la maschera con cui incontriamo il mondo

Accanto all’Ombra, Jung utilizza il concetto di Persona.

Il termine indicava originariamente la maschera utilizzata dagli attori nel teatro antico.

La Persona rappresenta il modo attraverso cui ci presentiamo al mondo e assumiamo i ruoli necessari alla vita sociale.

Professionista.

Madre.

Compagno.

Figlia.

Persona affidabile.

Persona indipendente.

Queste identità non sono necessariamente false.

Il problema nasce quando iniziamo a confondere completamente la maschera con ciò che siamo.

Possiamo allora diventare talmente identificati con un ruolo da non sapere più cosa esista al di fuori di esso.

E spesso sono proprio i momenti di cambiamento – una separazione, un trasferimento, una perdita, una nuova relazione, un cambio professionale – a incrinare alcune di queste identità.

È allora che può emergere una domanda tanto semplice quanto destabilizzante:

“Chi sono, se non sono più soltanto ciò che pensavo di essere?”

Il Sé e il viaggio di individuazione

Al centro della psicologia di Jung troviamo il concetto di individuazione.

Non significa diventare più individualisti.

Significa, semplificando, diventare progressivamente più interi.

Nel corso della vita costruiamo un’identità cosciente, ma esistono molte parti della nostra psiche che rimangono fuori da quell’immagine.

Il processo di individuazione ci porta progressivamente a incontrarle.

Non per eliminare le contraddizioni.

Ma per imparare a contenerle.

Forza e vulnerabilità.

Bisogno di appartenenza e desiderio di libertà.

Luce e Ombra.

Razionalità e intuizione.

Il , nella prospettiva junghiana, rappresenta la totalità della psiche e supera quindi i confini dell’Io cosciente.

L’individuazione può essere immaginata come un viaggio verso questa maggiore completezza.

Non per diventare qualcun altro.

Ma per diventare progressivamente più capaci di abitare ciò che siamo.

Perché gli archetipi compaiono nei Tarocchi?

Basta osservare gli Arcani Maggiori per riconoscere immediatamente figure che sembrano provenire da un universo archetipico.

Il Matto.

L’Imperatrice.

L’Imperatore.

L’Eremita.

Gli Amanti.

La Morte.

Il Diavolo.

La Torre.

Il Sole.

Il Mondo.

Queste immagini non hanno bisogno di essere interpretate esclusivamente come previsioni.

Possono diventare figure attraverso cui osservare esperienze umane.

L’Eremita può aprire una riflessione sul ritiro, sulla ricerca, sulla solitudine o sulla necessità di ascoltarsi.

La Torre può evocare il crollo di una struttura che sembrava stabile.

La Morte può parlare della necessità di concludere qualcosa perché possa iniziare una fase nuova.

Il Matto può portarci davanti al tema della libertà, dell’incertezza, della partenza, del rischio.

Non significa che una carta “voglia dire” sempre la stessa cosa.

L’immagine diventa interessante proprio nell’incontro con la persona che la osserva.

Che cosa vedo io in questa carta?

Che cosa mi colpisce?

Che cosa mi disturba?

Dove riconosco questa immagine nella mia vita?

È lì che l’archetipo smette di essere teoria e diventa esperienza.

E nell’Astrologia?

Anche il linguaggio astrologico può essere letto in chiave archetipica.

Marte non è soltanto un pianeta: simbolicamente può raccontare il modo in cui incontriamo temi come azione, desiderio, conflitto, iniziativa e affermazione di sé.

Venere può aprire il territorio della relazione, del valore, dell’attrazione e del piacere.

Saturno quello del limite, della responsabilità, della struttura, della paura e della maturazione.

Plutone può condurci nei territori del potere, della perdita, del controllo e della trasformazione.

Nessuno di questi simboli possiede una sola manifestazione possibile.

Ed è proprio per questo che una carta natale non dovrebbe ridursi a una serie di definizioni.

Dire “hai Saturno qui, quindi sei così” chiude il simbolo.

Domandarsi “come vivi Saturno nella tua esperienza?” lo apre.

Gli archetipi nella vita quotidiana

Non dobbiamo necessariamente consultare una carta astrologica o estrarre un Tarocco per incontrare gli archetipi.

Li attraversiamo continuamente.

Ogni volta che lasciamo qualcosa di conosciuto per entrare in un territorio nuovo incontriamo una soglia.

Quando una parte della nostra identità non funziona più, possiamo attraversare simbolicamente una morte e rinascita.

Quando iniziamo qualcosa senza sapere esattamente dove ci porterà, possiamo riconoscere il tema del viaggio.

Quando proiettiamo su qualcuno caratteristiche che non riusciamo a riconoscere in noi stessi, possiamo incontrare la nostra Ombra.

Gli archetipi diventano così una lente.

Non servono necessariamente a spiegare ciò che ci succede.

Possono aiutarci a guardarlo da una prospettiva più ampia.

Dal simbolo alla domanda

Nel lavoro introspettivo, forse la funzione più interessante dell’archetipo non è quella di offrire una risposta.

È quella di generare una domanda.

Se in questo momento della mia vita fossi dentro una storia, in quale punto del viaggio mi troverei?

Sto partendo?

Sto attraversando una soglia?

Sono nel bosco?

Sto cercando qualcosa?

Devo lasciare qualcosa?

Sto tornando?

Quale personaggio sto interpretando?

E quale parte della storia non sto ancora guardando?

Queste domande non hanno necessariamente una risposta immediata.

Ma possono spostare il nostro punto di osservazione.

Attraversare il proprio bosco interiore

È anche per questo che gli archetipi occupano uno spazio importante nell’approccio di B-YOND.

Li possiamo incontrare nell’Astrologia.

Nelle immagini dei Tarocchi.

Nella Scrittura Introspettiva.

Nelle Rappresentazioni Simboliche.

Nei sogni, nelle immagini, nelle storie e perfino negli elementi naturali verso cui sentiamo spontaneamente attrazione.

Perché a volte abbiamo bisogno di comprendere ciò che ci accade.

Altre volte abbiamo bisogno prima di tutto di trovare un’immagine capace di rappresentarlo.

Un sentiero.

Una soglia.

Una radice.

Una montagna.

Un bosco.

Una carta.

Un pianeta.

Il simbolo non ci dice necessariamente dove andare.

Ma può mostrarci qualcosa del luogo in cui ci troviamo.

E quando iniziamo a riconoscere il paesaggio, diventa più facile capire quale parte di noi lo sta attraversando e quale nuova parte sta cercando di emergere.

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